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Talk to: La mia identità non è il mio disturbo – La mia storia nel mese del Fiocchetto Lilla

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Ciao 💜

A volte lo specchio riflette un corpo, ma non racconta ciò che non si trucca, ciò che resta invisibile e spesso pesa di più.

Ci sono parti di noi che non si vedono, ma che incidono profondamente su chi siamo.

Oggi inauguro una nuova rubrica qui su Twinstyling che ho deciso di chiamare “Oltre lo specchio: una bellezza che non si trucca”. Sarà uno spazio più intimo e personale, dove parlerò di un tema che fa parte della mia vita da diverso tempo, troppo. Questo blog è nato per raccontare bellezza, make-up, dettagli che illuminano il viso e l’umore, ma per me la bellezza non è mai stata solo superficie. È anche verità, consapevolezza, fragilità. E sento che è arrivato il momento di dare spazio anche a questa parte.

È iniziato marzo ed è il mese del Fiocchetto Lilla, simbolo della sensibilizzazione sui Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione. In Italia il 15 marzo è la Giornata Nazionale dedicata a questo tema. Non è solo una data sul calendario, ma un invito a fermarsi e parlare di qualcosa che troppo spesso viene ridotto o frainteso.

I disturbi alimentari non sono una scelta né una fase passeggera e non hanno a che fare con l’estetica o con la forza di volontà. Non riguardano soltanto il cibo o il peso e non colpiscono esclusivamente le donne. Colpiscono anche gli uomini, spesso nel silenzio, perché su di loro il pregiudizio è ancora più forte e rende tutto ancora meno visibile.
Sono condizioni complesse, in cui fattori emotivi, psicologici e biologici si intrecciano e si rafforzano a vicenda.

Spesso entrano in gioco il bisogno di avere tutto sotto controllo e il tentativo di mettere ordine dentro quando fuori, o dentro di noi, si vive caos. C’entrano l’autostima, il senso di valore personale, la paura di non essere abbastanza.

A volte affondano le radici in ferite antiche, in eventi traumatici destabilizzanti legati al mio percorso, al mio vissuto o a relazioni che mi hanno segnata. Per molto tempo ho creduto di averli superati davvero, invece sono rimasti lì, silenziosi, manifestandosi nel mio rapporto con il cibo e con il corpo, come se fosse l’unico linguaggio possibile per esprimere ciò che non sono riuscita a dire. Quando un vissuto resta irrisolto può trasformarsi in schemi rigidi, bisogno di controllo, auto-punizione. Il corpo diventa il contenitore di ciò che la mente fatica a gestire.

Io convivo con un disturbo del comportamento alimentare da diverso tempo, troppo.

Quando tutto è iniziato, non volevo dimagrire. Non inseguivo un ideale estetico. Ancora oggi faccio fatica a capire da dove sia partito davvero tutto. Mi sono ritrovata la metà di prima, senza aver deciso di esserlo.

Col tempo ho compreso che non era una questione di chili, ma di qualcosa che stava accadendo dentro di me. A volte il disturbo diventa una forma di punizione verso il proprio corpo per un dolore che non si riesce a nominare o a esprimere in altro modo.

È una lotta sottile, fatta di sguardi allo specchio, numeri, calorie, confronti, sensazioni che sembrano verità assolute anche quando non lo sono. La percezione si altera, l’immagine si distorce e diventa difficile fidarsi di ciò che si vede e di ciò che si sente.

Spesso si pensa che un DCA sia solo ciò che appare: un corpo che cambia, un piatto pieno o vuoto, un numero sulla bilancia. In realtà il nucleo è molto più invisibile. Con il tempo si costruiscono pensieri ripetitivi e regole interiori severe che danno l’illusione di sicurezza ma finiscono per imprigionare. Il cibo smette di essere nutrimento e diventa misura, premio, punizione, compensazione. Si perde il contatto con segnali naturali come fame e sazietà e si finisce per ascoltare più la voce del disturbo che le proprie sensazioni reali.

Nel mio caso, questo bisogno costante di controllo non è rimasto confinato al cibo.

Si è esteso ad altri aspetti della mia vita, influenzando il modo in cui penso, organizzo, mi relaziono e prendo decisioni. A volte mi limita, mi irrigidisce, mi rende difficile compiere gesti che dovrebbero essere naturali e spontanei. Anche nelle situazioni più semplici sento il peso di regole interiori che mi impongo senza accorgermene.

È diventata una lente attraverso cui filtro tutto, e lasciarla andare fa paura.

Vorrei dire anche una cosa a chi sta accanto a qualcuno che soffre di un disturbo alimentare, perché per me le parole hanno un peso enorme, anche quando sono dette con affetto o con sollievo. Basta anche solo un “oggi hai mangiato, bene”, un “ti vedo a mangiare, quindi va meglio”, oppure frasi come “è solo un boccone in più”, “devi sforzarti”, “devi aiutarti” per attivare nella mia testa meccanismi che chi non vive questa realtà fatica a immaginare.

La mia mente non sempre registra queste parole come incoraggiamento, a volte le trasforma in pressione, in aspettativa, in qualcosa che devo dimostrare. Così succede che mi sforzo di mangiare quando sono in mezzo agli altri, provo a far vedere che va tutto bene, che sto meglio, che sto reagendo, ma il conto spesso arriva quando resto da sola.

È lì che iniziano i sensi di colpa, le colpe che mi do per aver mangiato più di quanto la mia testa permettesse. Tornano i pensieri rigidi, il bisogno di rimettere ordine, di rientrare, di compensare. Tutto questo, in silenzio.

Nel mio caso può tradursi in restrizione, in un controllo ancora più rigido, in un bisogno silenzioso di compensare. Non perché chi mi sta accanto voglia farmi del male, ma perché il disturbo filtra tutto e piega le parole fino a farle diventare altro.

A volte non serve commentare ciò che mangio o come appaio, per me è molto più utile sentirmi vista per ciò che sono, non per quello che c’è nel piatto o nello specchio.

Uscirne non significa semplicemente ricominciare a mangiare. Significa lavorare su convinzioni profonde, imparare a tollerare l’incertezza, riconoscere le emozioni senza trasformarle in punizione, concedersi la possibilità di chiedere aiuto senza vergogna.

Sto imparando che guarire non è far finta che non sia successo nulla, ma smettere di farmi definire da quella voce.

La mia identità non è negoziabile.

Questo disturbo non è stata una scelta, ma scegliere di raccontarlo sì.

Il Fiocchetto Lilla, per me, è questo: la promessa che ciò che ho vissuto non resterà invisibile. 💜

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