
Il 30 gennaio 2001 il mio corpo ha deciso che io non fossi più la proprietaria, ma l’inquilina e, così, mi ha messo alla porta, ha cambiato la serratura e ha rinnovato tutto senza darmi il preavviso.
Quest’anno festeggio le mie prime nozze d’argento. No, mi sono sposata l’anno scorso e dunque non sono con mio marito, ma con il mio “trono”, quello che da 25 anni a questa parte mi permette di arrivare dove voglio, barriere architettoniche permettendo. Ogni anno questo giorno, per me, è un po’ una sorta di lutto: ricordo la bambina che sono stata, quella che non c’è più e che non ho nemmeno avuto il tempo di salutare. Il tempo di rendermi conto, o forse nemmeno, di quello che stava accadendo e l’avevo persa. Inizialmente speravo in un suo ritorno, ma la realtà nella mia testa è arrivata abbastanza in fretta, a differenza dei miei genitori.
Quando, il mio primo giorno a Villanova d’Arda, nella clinica riabilitativa, mi furono presentati i miei compagni ed entrarono in camera tutti in carrozzina, il mio cuore e la mia testa si fermarono. Mi mancò il respiro. Non capivo più niente. “No, non voglio essere anche io così”, continuavo a ripetermi, ma sapevo già quale sarebbe stata la risposta. Lì era diventato tutto chiaro. Io non ero ancora scesa dal letto da quasi tre mesi e l’unico modo per poterlo fare era quello.
Tuttora, quando racconto questo, sento un peso enorme perché, per quanto io avessi solo 13 anni, avevo già i “piedi” per terra e vedevo la realtà molto più chiaramente rispetto ai miei genitori che, comprensibilmente, avrebbero voluto e sperato qualcosa di diverso per me. Ci hanno sempre creduto e, in parte, credo che mamma non smetterà mai di farlo, sebbene siano passati tutti questi anni.
Ho descritto più volte il mio stare male a scuola: il suono della campanella mentre io ero sdraiata in infermeria, l’arrivo dei miei compagni a bussare alla porta per capire come stessi, l’accorgermi che in fondo ai piedi avevo i professori che mi stavano massaggiando e io non me ne ero resa conto, il medico di base che disse: “Fatti portare a casa, è solo una piccola congestione”. Quattro professori e mio fratello che mi caricarono in macchina, per poi essere scaricata davanti a casa, appoggiata al marciapiede per riuscire ad aprire la porta e, solo dopo, appoggiarmi sulla poltrona dove sembravo una bambola di pezza.
L’arrivo dei miei genitori, mio padre che mi prese in braccio e mi portò su mentre si aspettava l’ambulanza. La sua voce che cercava di tenermi sveglia, sempre più lontana, fino a quando mi misero sulla barella, legata, con una maschera che mi fece perdere il tragitto casa–ospedale di Carpi.
In ospedale mi tagliarono i vestiti di dosso, mi portarono in risonanza, il primario mi disse: “Cerchiamo di prenderti per i capelli”. Un mese in rianimazione. Stacca, il primario, più un personaggio che una persona. Zero empatia. Poi c’era Gennaro, l’inserviente. I cartoni, la televisione, qualche attimo di normalità. Finché non entrava il primario e spegneva tutto. “Devi riposare”. Riposare? Ventiquattro ore su ventiquattro in un letto, con i pensieri più forti dei sedativi.
Poi Milano, il Besta. Un mese chiusa in stanza con mamma. I clown bloccati fuori dalla porta. Non avevo voglia di ridere. Non sapevo nemmeno come sarebbe finita.
Poi Piacenza. La riabilitazione. Annarita, la fisioterapia, le giornate scandite sempre uguali. I ragazzi, le storie pesanti, la leggerezza condivisa. Lì non ero diversa. Lì non dovevo spiegare niente. Lì ero capita.
Quando mi dissero che era ora di tornare a casa, mi feci venire la febbre. Tornare fu duro. Nulla mi apparteneva più. Io avevo bisogno di cambiamento, mamma faticava ad accettarlo.
Adesso, dopo questi 25 anni, se potessi parlare alla bambina che ero, le direi che rimandare non fa che peggiorare le cose, che la vita non deve essere perfetta per avere valore e che la comfort zone può sembrare un posto sicuro, ma non fa crescere. Le direi di dare spazio solo a chi tira fuori il meglio di me, che mentre faccio piani la vita scorre, che posso sempre cambiare strada, a qualsiasi età, e che non ho bisogno dell’approvazione di nessuno.
Quel giorno sono morta e rinata in un altro corpo. Una prigione. È così che mi sento: imprigionata in un corpo immobile, mentre testa, cuore e anima corrono. La rabbia c’è stata. La frustrazione anche. Ho imparato a mollare un po’ tutto questo, perché fa male solo a me.
Spoiler: in tutti questi lunghissimi e durissimi anni ho imparato a riconoscere il dolore, a posizionarlo dove posso sentirlo meno, dopo averlo attraversato. Ho imparato, davvero, a essere più gentile con il dolore, perché solo così posso dargli un nome e posso superarlo. Non è immediato, non lo è mai stato, ma giorno dopo giorno è diventato più semplice riconoscere tutto questo.
Sono 25 anni in carrozzina.
Venticinque anni che pesano sulle spalle e, soprattutto, sull’anima.
Non sono stati anni di resa, ma di resistenza.
Il corpo si è fermato, sì, ma io no: ho cambiato forma, non direzione.
Ho imparato a convivere con ciò che non si supera.
A vivere non come prima, non come avevo immaginato, ma come posso.
E questo, per me, basta.
Negli ultimi anni ho raggiunto traguardi. Sono moglie, sono madre di un peloso. Avanti, sempre.
Non so cosa mi riserverà la vita, ma io intanto me la voglio mangiare.
Auguri a me, auguri al mio trono e alla donna che sono diventata.
Se volete farmi gli auguri, questo è quello di cui ho bisogno:
Salute, una botta di cul* e un po’ di serenità.
🩷


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